Voci dalla Val Montone, documentario. Pagina per il film Voci dalla Val Montone di Massimo Alì Mohammad e della TAM, Valeria Ferioli, Commissione Regionale Tutela Ambiente Montano Emilia Romagna.
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Cascata dell'Acquacheta


Sulla strada statale 67

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120 km
212 km
320 km
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50'
1 ora 50'
2 ore 30'
3 ore 45'
4 ore 10'

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Pagina per il film
di Massimo Alì Mohammad e della Commissione Regionale Tutela Ambiente Montano Emilia Romagna
"Voci dalla Val Montone"


Risposta al sig. Mohammad, 3/9/2014, 23:50



Caro Sg. Massimo Alì Mohammad,

Grazie per la sua email che viene pubblicata nella sua interezza sotto questa risposta.

Si prega di notare che le critiche pubblicate in questa pagina riflettono opinioni personali per quanto riguarda la versione del film che è stata mostrata a San Benedetto in Alpe il 23 novembre 2013 e, cosa molto importante: nel contesto di "un documentario per promuovere il nostro territorio", che era il suo scopo come presentato a noi durante la produzione. Non abbiamo alcuna conoscenza del fatto che le versioni successive presentate ai festival si differenzino in alcun modo dalla versione di cui sopra che ci hanno mostrato.

sanbenedettoinalpe.com si congratula per aver trovato una giuria presso alcuni festival che consideri qualsiasi versione sia stata loro mostrata migliore di qualunque altro film in competizione con essa in quel particolare film festival. Dovremmo guardare gli altri film di ogni gara per avere un parere in merito al pronunciamento di qualsiasi giuria.

Per quanto riguarda la versione del film che è stato mostrata in pubblico a San Benedetto in Alpe, nel novembre 2013, e nel contesto del film stesso che è presentato come un "documentario", il parere di questo sito resta che sembrava essere il lavoro di un tecnico dilettante incompetente il quale desidererebbe molto di essere visto come un "documentarista", ma ha fatto ingiustizia al concetto di "film di promozione del territorio" e di coloro che hanno preso parte in esso.

Grazie ancora per la sua e-mail,
Dimitris Sivyllis
per sanbenedettoinalpe.com


ps1. Questa pagina non conteneva un "Dibattito". Essa conteneva tre critiche al suo film. Se vuole rispondere direttamente a uno specifico punto espresso in una qualsiasi delle critiche, e di conseguenza creare un "Dibattito", lei è il benvenuto.

ps2. Nella parte "Avviso" di questa pagina si afferma che: "i produttori del film hanno contattato questo sito privatamente via email (30/11/2013, 1/12/2013)". L'e-mail del produttore, dove ci hanno chiesto di eliminare la critica, è disponibile su richiesta.

ps3. sanbenedettoinalpe.com pubblica le informazioni riguardanti solo ciò di cui è stato testimone e pubblica anche materiale che ha ricevuto, quando è rilevante per la comunità di San Benedetto in Alpe. Non abbiamo mai ricevuto alcuna comunicazione in merito alla sorte del suo film dopo averlo mostrato a noi il 23 novembre 2013. Se vuole inviare qualsiasi ulteriore informazione, sarà nostro piacere pubblicarla, previa verifica della sua autenticità e valore.

ps4. sanbenedettoinalpe.com vorrebbe ricordare ancora una volta che il soggetto del film è la “Valle del Montone” e non “Val Montone”.



Dear Sg. Massimo Ali Mohammad,

Thank you for your email which is published in its entirety below this response.

Please note that the critiques published on this page reflect personal opinions regarding the version of your film that was shown in San Benedetto in Alpe November 23, 2013 and, very importantly: in the context of “a documentary to promote our area”, which was its purpose as presented to us during production. We have no knowledge of whether the versions later submitted to festivals differ in any way from the aforementioned version that we were shown.

sanbenedettoinalpe.com congratulates you on having found a jury at some festival which deemed whatever version they watched to be better than whatever other films were competing with it at that particular film festival. We would have to watch the other films of each competition in order to have an opinion regarding the pronouncement of any jury.

Regarding the version of your film that was shown in public at San Benedetto in Alpe in November 2013, and in the context of it being presented as a “documentary”, the opinion of this website remains that it appeared to be the work of an technically incompetent amateur who would very much wish to be seen as a “documentary filmmaker”, but has done injustice to the concept of a “film promoting the area” and to those who took part in it.

Thank you again for your email,
Dimitris Sivyllis
per sanbenedettoinalpe.com


ps1. This page did not contain “dibattito”. It contains three critiques of your film. If you would like to directly respond to any specific point as expressed in any of the critiques, and consequently create a “dibattito”, you are very welcome to do so.

ps2. In the “Aviso” part of this page it is stated that: "i produttori del film hanno contattato questo sito privatamente via email (30/11/2013, 1/12/2013)". The email of the producer, where we were asked to delete the critique, is available upon request.

ps3. sanbenedettoinalpe.com publishes information regarding only what it has witnessed and it also publishes any material it has received, when it is relevant to the community of San Benedetto in Alpe. We never received any communication regarding the fate of your film after you showed it to us on November 23, 2013. If you would like to submit any further information, it will be our pleasure to publish it, after verification of its authenticity and value.

ps4. sanbenedettoinalpe.com would like to state, one nore time that the subject of the film is the “Valle del Montone” and not the “Val Montone”.



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Messaggio del sig. Mohammad, 3/9/2014, 12:44


In data 31 agosto 2014, su segnalazione di un amico, mi imbatto in questa pagina e ho modo di leggere il dibattito riguardante il documentario "Voci dalla Val Montone".

Come prima cosa ci tengo a precisare che non ho mai fatto, né appoggiato richieste di cancellazione dei commenti pubblicati. È una cosa che andrebbe contro ogni mio principio morale e giudico ognuna di queste critiche legittima.

Seconda cosa, noto con rammarico che la pagina dedicata al documentario si esaurisca con le critiche negative della proiezione di dicembre e non riporti notizie sul successivo cammino del lavoro.

Il documentario all'oggi è stato selezionato in tre festival internazionali

- Trento Film Festival
- Cervinio Cinemoutain
- Lessinia Doc Festival

Ricevendo al Cervinio Cine Mountain il graditissimo premio "Bell'Italia", per il miglior film sul patrimonio culturale e territoriale d’Italia. Con la seguente motivazione "Ad un film caleidoscopico in cui i protagonisti, in modi differenti ma sempre meditati e consapevoli, riscoprono  in chiave moderna tradizioni spesso e a torto considerate una zavorra. Tra le voci di chi è ancora portatore di quelle tradizioni e di chi le rielabora grazie ad un attento recupero di antiche pratiche dimenticate e di vecchie strutture destinate altrimenti all’abbandono, si ritrova una via al ripopolamento di questa valle dell’appennino romagnolo."

Ora, già  questo basterebbe a soddisfare quello che avevo voluto trasmettere con questo film e sono stato molto felice di trovare una giuria che ha riscontrato questi elementi di valorizzazione e non di pessimismo e manipolazione.

Ad ogni modo sul DOCUMENTARIO  "Voci dalla Val Montone", è necessario fare alcune ulteriori precisazioni.

Sì, perché, checché se ne possa dire (o deliberare) si tratta di un documentario, selezionato in festival di documentari, nelle sezioni di documentario!
La dicitura <È stato deciso che il film, nella sua forma corrente, non può essere definito "un documentario">, se permettete, è prepotente e fuori luogo.
Se in questa pagina dite che ognuno può dire la propria, allora il fatto che il lavoro “non è un documentario” resta un’opinione, non una delibera formale o un diktat.

Dalla corposa critica "Valle del Montone manipolata" esce un quadro che mi lascia davvero amareggiato, sembra si stia parlando di una super-produzione sfruttatrice e manipolatrice che ha giocato con le vite delle persone che abitano San Benedetto e dintorni. Non è così.

Il documentario non è un capolavoro e ha ovviamente i suoi difetti tecnici, ma è un dignitosissimo prodotto indipendente, finanziato con 1500euro (vi ricordo che la produzione media di un documentario indipendente professionale si aggira tra i 20000 e i 40000euro) e girato da una troupe di tre persone non stipendiata che ha fatto il possibile per raccogliere materiale in due giorni scarsi di lavoro.

L’aspetto naturalistico e di contestualizzazione territoriale era stato ovviamente considerato e riservato a tre elementi che, per motivi differenti, non sono stati inclusi nel montaggio finale.

1)    Era stata girata un’intervista con il responsabile del centro visite, per il preciso motivo di descrivere il parco e l’aspetto più turistico del territorio. La liberatoria relativa a quest’intervista, dopo pochi giorni dalle riprese, è stata revocata per ragioni ignote (ma, per carità, legittimamente). La cosa però certo ha gravato eliminando degli elementi che credevo di avere già  a disposizione per il montaggio.
2)    Le immagini delle cascate non È stato possibile girarle nel ristretto fine settimana delle riprese, avrebbe richiesto tre ore abbondanti di lavoro (per lo più di cammino) che avrebbero tolto tempo per le altre interviste, ben più preziose di pochi secondi di bellezza naturalistica. Intenzionati comunque ad includerle, abbiamo fatto richiesta per ricevere delle riprese delle cascate ma, anche queste per ragioni ignote, non sono state mai ricevute.
3)    La testimonianza del comandante Margherita Miserocchi che, purtroppo, non abbiamo avuto modo di incontrare durante i giorni di riprese, mi è stata inviata in seguito. Si trattava di un’intervista importante che avrebbe reso il materiale più coeso e forse più rappresentativo della zona in sé. Purtroppo la ripresa effettuata dal sig. Dimitris Sivyllis che dimostra, nelle critiche dei lavori altrui una spiccata competenza estetica del mezzo cinematografico, non è stato capace di mantenere il fuoco dell’obiettivo sul viso dell’intervistata, rendendo il materiale inutilizzabile.

Da questi limiti che elenco per completezza d’informazione e, attenzione, non per giustifica, il lavoro, a mio parere, non ne è stato assolutamente inficiato.

La mancanza di elementi spiccatamente territoriali (è stata comunque aggiunta nella versione finale del documentario una nota iniziale che specifica con precisione i confini del territorio raccontato) è stata, per certi versi, un vantaggio. Ne sono emersi maggiormente gli elementi umani e più universali della vita montana, diventando non il manifesto turistico di una zona in particolare, ma un racconto in grado di spaziare oltre i confini territoriali della Val Montone.

Il documentario è stato, infatti, recepito molto positivamente dal pubblico nei festival. Decine di persone mi hanno trasmesso grande entusiasmo per l’aspetto umano dei luoghi descritti, sentendosi desiderose, oltretutto, di venirlo a visitare.
Molto rincuorante il commento del direttore artistico del festival della Lessinia che ha visto nel finale “un’immagine di serenità  e speranza”, come del resto molti del pubblico che ho incontrato in seguito alla proiezione. Ora immagino che lui, come il resto del pubblico, sia all’oscuro delle mortifere teorie di montaggio del sig. Sivyllis, beata (nostra) ignoranza!

Ultimo inciso, e non mi prodigo nel polemizzare su ogni appunto tecnico della recensione “Valle del Montone manipolata”, ma mi riservo semplicemente di commentare l’inizio del film. Ma cosa c’è di così arbitrario? Narcisista o insensato?
Tutto inizia con le valli e le montagne che circondano il paese, intervallate da tre inserti di dettaglio che sintetizzano le tre attività che ho visto fare con passione dalle persone incontrate: arare un campo, mungere il latte e posare pietre. È un semplice manifesto di quello che andremo a vedere poi, nulla di così strano
Ci tengo infine a sottolineare che il documentario è molto rispettoso anche dal punto di vista sonoro, non si rifugia in nessuna colonna musicale moderna, alla musica elettronica alla moda, bensì semplicemente ai suoni ambientali della natura registrati in loco. Ci sono tante e lunghe “teste parlanti” ma anche pochissimi tagli sull’audio delle loro parole (proprio per allontanare il più possibile la manipolazione).

Concludo, ringraziando coloro che nella Val Montone ci hanno dato fiducia, ospitato per le interviste e omaggiato della loro disponibilità, simpatia e apertura mentale, virtù rare.
Grazie anche ai miei carissimi amici e compagni di troupe Paolo e Cristiano, questo mio commento è dedicato anche al loro lavoro.

Massimo Alì Mohammad

p.s.
pregherei il gestore del sito di indicare il cast completo del film che è il seguente

Francesco Lemma
Ian e la comunità  di Pian Baruccioli
Lorenzo Segurini
Paolo Paolucci e Anette Ihmig
Paolo, Francesco e Primo Nannetti
Paolo Mattioli, Elisa Stefani ed il piccolo Giacomo
Giovanna Sartoni
Antonio, Nella e Giuseppe Rabiti
Samuele Ferrucci



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Notizie: "Voci dalla Val Montone"

4 aprile 2014: http://www.cinemaitaliano.info/vocidallavalmontone
Voci dalla Val Montone

Regia: Massimo Alì Mohammad
Anno di produzione: 2014
Durata: 54'
Tipologia: documentario
Paese: Italia
Produzione: CAI Tutela Ambiente Montano – Emilia-Romagna, CAI
Gruppo Regionale Emilia-Romagna, Feedback
Distributore: n.d.
Data di uscita:
Formato di ripresa: AVCHD, colore
Formato di proiezione: DCP, colore
Titolo originale: Voci dalla Val Montone
Sinossi: Voci dalla Val Montone è un documentario che, partendo dalla comunità di San Benedetto in Alpe (FC), racconta la realtà di questa vallata ricca di natura, umanità e storia.
Ambientazione: Alta Vale del Montone / San Benedetto in Alpe
Periodo delle riprese: Giugno 2013

Cast

Con:
Francesco Lemma
Lorenzo Segurini

Soggetto:
Massimo Alì Mohammad

Sceneggiatura:
Massimo Alì Mohammad

Montaggio:
Massimo Alì Mohammad

Fotografia:
Paolo Soriani
Cristiano Vallieri

Suono:
Paolo Soriani
Cristiano Vallieri

Aiuto regista:
Paolo Soriani
Cristiano Vallieri

Festival:
2014 Trento Film Fstival, Terre Alte

26 dicembre 2013: Il film completo di Massimo Alì Mohammad e della Commissione Regionale Tutela Ambiente Montano Emilia Romagna, "Voci dalla Val Montone" è stato proiettato al "Corso di Aggiornamento per Operatori Regionali TAM 2013" (n. max. di partecipanti previsti: 30, quota di partecipazione 20 €) a Venzone, Udine (UD), Palazzo Orgnani Martina, alle 14:30 del sabato 16 novembre 2013 .
(una settimana prima di mostrarlo ai partecipanti di San Benedetto in Alpe)
Ore 14:30 Quarta relazione: Presentazione e proiezione del documentario del CAI-TAM Emilia Romagna “Voci dalla Val Montone” (Valeria Ferioli, TAM Emilia-Romagna)
www.nottegiovane.it/eventi/venzone-udine-ud-palazzo-orgnani-martina-corso-di-aggiornamento-per-operatori-regionali-tam-2013/
www.loscarpone.cai.it/news/items/corso-di-aggiornamento-per-operatori-regionali-tam-2013.html
www.cai-tam.it/risorse2013/Programma_corso_agg_TAM_2013.pdf

Il trailer del film è stato caricato su almeno tre differenti siti in internet il 5 agosto 2013.
(cinque settimane prima che il collegamento fosse inviato ai partecipanti)
www.youtube.com/watch?v=RaQYOj-pqo4
www.frequency.com/video/voci-dalla-val-montone-trailer-doc2013/114824985/-/YouTube
shelf3d.com/RaQYOj-pqo4#Voci%20dalla%20Val%20Montone%20-%20Trailer%20%28doc.2013%29

Durante un incontro tra la dirigenza e alcuni partecipanti al film il 22 dicembre 2013:
- È stato deciso che il film, nella sua forma corrente, non può essere definito "un documentario",
- Il riferimento alla nostra valle nel titolo del film cambierà da "Val Montone" (che è una località vicino a Roma) al nome corretto: "Valle del Montone",
- TAM cancellerà dal film certe scene specifiche che coinvolgono un particolare partecipante al film,
- Il Presidente della TAM ha ricevuto documenti giuridicamente vincolanti da altri due partecipanti al film che richiedono di eliminare le scene che li ritraggono nel film.

Nel corso del 2013, la dirigenza TAM aveva indicato, verbalmente, ai partecipanti al film, la loro intenzione di presentare il film al Trento Film Festival. Secondo il sito del Trento Film Festival, il termine per la presentazione del film per il Festival è 15 gennaio 2014:
www.trentofestival.it/it/film_festival/scheda_iscrizione_2014.htm
Ci auguriamo che le decisioni prese nel corso della riunione del 22 dicembre, e le modifiche richieste da parte dei due partecipanti che hanno revocato la loro liberatoria di essere mostrati nel film, siano implementate e mostrate agli interessati entro il 15 gennaio 2014.


sanbenedettoinalpe.com


La direzione della Commissione CAI-TAM:
sites.google.com/site/commissionetamemiliaromagna/directory
Prima pagina TAM con menzione del film "Voci Dalla Val Montone":
sites.google.com/site/commissionetamemiliaromagna/


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Avviso
sanbenedettoinalpe.com vorrebbe ringraziare le persone che hanno offerto il loro parere per quanto riguarda il film di Massimo Alì Mohammad "Voci dalla Val Montone ". Le loro voci sono pubblicate in questa pagina sotto la critica del film fatta dal sito. Saremmo lieti di accogliere i pareri del produttore e del regista del film in questa pagina se pensano che quanto è scritto nelle critiche qui pubblicate sia inesatto o non veritiero.

Finora, i produttori del film non hanno sostenuto che ciò che è scritto qui sia impreciso. Tuttavia, i produttori del film hanno contattato questo sito privatamente via email (30/11/2013, 1/12/2013) e hanno chiesto che questo sito elimini la critica (critiche), definendole "polemiche", e sostenendo che se non cancelliamo le critiche i produttori non riusciranno "più a fare nulla per intervenire sulla produzione".

Noi crediamo che tutte le voci della Valle del Montone abbiano il diritto di essere ascoltate. Siamo sicuri che i registi e i produtttori professionisti non dovrebbero smettere di lavorare tra loro solo perché alcuni privati cittadini hanno espresso opinioni che potrebbero loro non piacere.

Pertanto, ci rammarichiamo che non possiamo, in tutta buona coscienza, eliminare le critiche. I produttori e il regista sono sempre stati liberi di contestare, con i fatti, i punti sollevati dalle voci pubblicate in sanbenedettoinalpe.com.



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Critica

Valle del Montone:
manipolata.


una critica di Dimitris Sivyllis






Sabato sera, il 23 novembre 2013, a San Benedetto in Alpe è stata data l'opportunità di vedere un'anteprima del film "Voci dalla Val Montone", prodotto dalla commissione TAM del CAI e diretto dal regista trentenne Massimo Alì Mohammad, filmato all'interno e nei dintorni del nostro paese nella tarda primavera scorsa. È incentrato su interviste a persone locali e mostra come la gente percepisce la vita nella valle.

Le aspettative erano alte riguardo all'opportunità che il film potrebbe offrire a San Benedetto e alla Valle del
 



Sig. Massimo Ali Mohammad
foto: marfisa.eu
  Montone Valley:
manipulated.


a critique by Dimitris Sivyllis






Saturday evening, November 23, 2013, San Benedetto in Alpe was given the opportunity to watch a preview of the film "Voices of the Montone Valley", produced by The TAM Commission of CAI and directed by 30-year old filmmaker Mr. Massimo Ali Mohammad, filmed in and around our village late last spring. It focused on interviews with local people and showcased how the people perceived life by the Montone.

Expectations were high that the film could provide San Benedetto in Alpe
Montone. Presentare la nostra vallata a un più vasto pubblico tramite un esaustivo documentario, il quale avrebbe non solo canalizzato le visioni e le esperienze personali delle persone che vivono e lavorano qui, ma anche evidenziare il nostro angolo di mondo e attrarre turismo nonché interesse lavorativo verso la nostra regione. In fin dei conti, mostrare perché le persone scelgono di vivere qui e perché altre decidono di venire a vivere qui da altrove.

Per usare le nostre voci al fine di dipingere un quadro accurato di chi siamo, di quali sono i lati positivi e le difficoltà della nostra realtà, della nostra comunità, della nostra municipalità, la nostra terra. Le nostre montagne.

Il film che abbiamo visto è risultato essere tutto fuorché un documentario, nel senso accademico quanto in quello professionale del termine. Non è un mezzo tramite il quale attrarre turismo o lavoro. È un'opera narcisistica di Mohammad, che ha orchestrato le sequenze e manipolato significati e temi impliciti con la sua personale visione attraverso le sue scelte di montaggio arbitrarie e soggettive.

Non era un'osservazione obiettiva su chi siamo, nella Valle del Montone. E tantomeno presenta cosa la Valle del Montone sia. Il regista ha fatto scelte arbitrarie riguardo a quali persone intervistare e quali interviste escludere successivamente dal film.

La più grande responsabilità di un documentarista è l'oggettività. Il dovere del regista è un dovere che egli ha verso il soggetto e non verso l'immagine che il regista ha di se stesso. In "Voci dalla Val Montone" il sig. Mohammad prova di non essere un regista di documentari e di essere qualcuno che usa la produzione offertagli per mettere in mostra il proprio ego, commettendo una grave ingiustizia verso la gente della Valle del Montone.

Il film trasmette gli istinti personali del suo autore e la completa assenza di genialità cinematografica nella sua tecnica. Mohammad si è concentrato su interviste statiche e visivamente noiose di "teste parlanti". Egli ha arricchito le sequenze delle teste parlanti con cornici di dettagli di vita che non hanno chiare connessioni con ogni intervista. C'erano limitati particolari di scenario, senza alcun quadro di riferimento geografico o di relativo contesto. Per esempio, la peggior vista possibile del campanile dell'abbazia, distorto in un grandangolo estremo, è seguito da un statico particolare delle pietre del muro dell'abbazia. Quale messaggio vuole comunicare Mohammad con questo miseramente fallito tentativo di artisticità nel montaggio? Il montaggio, quando usato come strumento, è qualcosa che manipola un contesto. Esso fa la differenza tra l'oggettività e la soggettività. Tra un artista, e qualcuno che pensa di esserlo.

"Voci dalla Val Montone" inizia con una goffa, barcollante sequenza di tagli che non costruisce alcuna introduzione e non ha alcun senso per lo spettatore. Un tentativo di impressionare saltando da panoramiche in movimento a statici, estremi particolari. Si trascina poi attraverso una lunga intervista a un Agente Forestale che parla per lo più di come è arrivato nella zona, per costringerci poi a osservare un'analisi del retro dell'agente mentre sta camminando per strada, seguito dalla telecamera da dietro. Interviste di persone del posto seguono l'introduzione del Forestale, dove ascoltiamo le loro situazioni, aspirazioni e sensazioni riguardo la vita nella valle.

Il pubblico, in questo modo, riceve informazioni su cosa le persone nello schermo pensano e provano, nella sequenza di montaggio scelta dal regista, ma non otteniamo nessuna informazione, nessuna motivazione circa una ragione per la quale il pubblico dovrebbe interessarsi a quanto queste persone pensino e provino. Gli spettatori sono trattenuti sulle loro sedie invece di essere trasportati verso lo schermo. Questo fallimento è il diretto risultato dell'inattitudine del regista e della metodologia egocentrica, così com'è il risultato dell'assenza di qualsiasi cinematografia competente. Mohammad sembra confondere il minimalismo "artistico" con l'oggettività.

Mohammad non ha interesse nel mostrare alcuna località o vista generale della nostra area. Come regista, egli non costruisce alcuna relazione tra persone o posti. Alla fine del film, lo spettatore non sa ancora come siano le nostre montagne nel loro insieme e dove le persone appena viste vivano e lavorino in relazione alla valle perché Mohammad non trasmette, in alcuna scena del film, un senso alla geografia, naturale o sociale. Il film rimane un testamento dei pensieri delle persone intervistate, e, a parte i loro nomi e le loro occupazioni, Mohammad non stabilisce alcuna informazione riguardo la loro posizione nel contesto della comunità. In effetti, il film che si auto-definisce documentario non fa alcun riferimento che possa stabilire le dimensioni della nostra comunità. Le persone intervistate fluttuano nello spazio senza interazioni geografiche, comunitarie o funzionali.

La sequenza di Paolo Mattioli che lavora con le capre e una sequenza di Elisa Stefani che fa il formaggio erano eccezionali dal momento in cui erano le uniche due scene del film dove i personaggi sullo schermo hanno risvegliato l'interesse del pubblico su cosa accadesse nel film. Se più persone fossero state intervistate durante le loro faccende quotidiane, il film sarebbe, probabilmente, meno pesante da vedere e darebbe più informazioni riguardo le persone attraverso loro stesse, non solo attraverso ciò che dicono alla telecamera.

Come l'introduzione era goffa e la parte principale del film era un'infinita attesa per un punto che non sarebbe mai arrivato, così la fine era bizzarra. La sequenza finale del film prende il premio Franz Kafka-Ingmar Bergman per indurre depressione clinica. Un finale che riporta il film al suo inizio, sorprendendo e disorientando lo spettatore con una sequenza di montaggio inaspettata, che lascia un senso di vuotezza nell'anima. Mohammad sembra essere a digiuno del concetto di "simbolismo" nel dirigere un film. Evidentemente egli non sa che una lunga ripresa di una persona incantata nello spazio, poi un rapido cambio sull'altro lato con un ghigno, seguito da una ripresa statica di una giacca vuota su una sedia, seguita da una ripresa statica su una porta mezza aperta che si muove al vento, significa "morte".

Chi scrive, nella sua critica, vorrebbe suggerire che la cortesia nella nostra cultura italiana è a volte un po' troppo cortese. A volte, evitare di urtare i sentimenti del regista, prolunga soltanto l'ingiustizia che ha commesso verso il suo soggetto. Il sig. Mohammad dovrebbe ascoltare per se stesso tutte le opinioni ampiamente esternate dopo l'anteprima del film ma mai discusse con lui di persona. Forse il Sig. Mohammad dovrebbe prestare più attenzione alla ragione per cui le critiche sono state formulate e meno cercando di spiegare la sua posizione arbitraria, che per prima ha generato le critiche stesse. Forse è il momento per i produttori del film che si facciano avanti e per il sig. Mohammad di ascoltare. Dopo tutto, al sig. Mohammad è stata data un'opportunità e chi gliel'ha data dovrebbe avere l'ultima parola.

Sull'aspetto tecnico della produzione, lo sforzo e la buona volontà del regista sono evidenti ma sono ben lungi dall'ottenere un livello professionale. Due interviste sono sovraesposte (luce errata, troppo luminosa). Un'altra intervista è così ravvicinata da essere fastidiosa da guardare. Le riprese mentre si cammina sono troppo saltellanti, come se il cameramen avesse appena imparato come tenere la videocamera ma non ci si fosse ancora abituato. Invece di usare un professionale livello base di cinematografia e illuminazione, Mohammad usa principalmente la luce naturale e si affida all'esposizione automatica della videocamera che cambia la luminosità in parte della scena quando la telecamera si muove. Il montaggio non è intuitivo. Esso perde momenti importanti e mira ad impressionare piuttosto che fluire. Lo scorrere del film è difficoltoso e presenta differenti stili, che non permettono agli spettatori di adattarsi alla visione del film.

L'approccio problematico del regista è evidente anche nella discutibile scelta del carattere e della dimensione dei vari titoli e sottotitoli, come i nomi e le occupazioni delle persone intervistate, che in un piccolo schermo sarebbero troppo piccoli da leggere rapidamente e chiaramente. Sono cose da scuola cinematografica che non lasciano spazio a esperienza o professionalità (o rispetto per il soggetto o per il pubblico).

Questo film è una opportunità mancata. Un'opportunità persa per la nostra valle. Un'opportunità persa per coloro che per primi hanno sognato di fare un film su questa valle. È improbabile che questa opera di un aspirante regista-artista attragga un qualche positivo, tangibile, pubblico interesse verso il nostro paese e verso la nostra valle. Potrebbe al più generare interesse o commenti riguardo al regista, facendo del film un potenziale strumento per il sig. Mohammad invece che una testimonianza della bellezza della nostra valle e della bellezza della sua gente.
  and the Montone Valley with an opportunity. The introduction of our valley to a greater public via a comprehensive documentary. That it would not only channel personal views and experiences of the people who live and work here, but would also highlight our part of the world and attract tourism, or even business interest, to our region. At the very least, to demonstrate why people choose to live here and why some even choose to come and live here from elsewhere.

To use our voices in order to paint an accurate picture of who we are, what are the good as well as the troubling points of our reality, our community, our municipality, our land. Our mountains.

The film we watched turned out to be anything but a documentary, in the academic or the professional sense of the term. It is not a platform upon which to attract tourism, or business. It is a narcissistic opera by Mohammad, who orchestrated sequences and manipulated the meanings and subtexts with his own vision through his subjective and arbitrary choices of editing.

It was not an objective observation of who we are, in the Valley of the Montone. It never even presented what the Valley of the Montone is. The filmmaker made arbitrary choices regarding which people to interview and which interviews to later exclude from the film.

The greatest responsibility of a documentary filmmaker is objectivity. The filmmaker's duty is a duty to the subject matter and not to the filmmaker's own, self-perceived image of himself. In "Voices of the Montone Valley" Mr. Mohammad proves he is not a documentary filmmaker and that he is one who uses the production offered to him in order to advance his own ego, committing a great injustice to the people of the Val Montone.

The film conveyed the personal instincts of its author and the complete absence of cinematic genius in his technique. Mohammad focused on static and visually boring close-up interviews of talking heads. He enriched the sequences of talking heads with tableaus of static details from life, which had no obvious connection to each interview. There were limited scenery details, no establishing shots for geography or relative context. For a small example, the worst-possible view of the bell tower of the Abbey, distorted in extreme wide angle, is followed by a static close-up shot of the stones in the wall of the Abbey. What message is Mohammad communicating in this miserably failed attempt for artistry in editing? Editing, when used as a tool, is an instrument that manipulates a context. It makes the difference between objectivity and subjectivity. An artist, and someone who thinks he is an artist.

"Voices of the Montone Valley" begins with an awkward, jumpy sequence of cuts that build no linear introduction and make no sense to the viewer. An attempt to impress by cutting from moving panoramas to static extreme close-ups. It then dives right into a long interview of a Forestale Officer who talks mostly of how he came to be in the area as we are forced to watch a study of the backside of the Officer while he is walking the streets, followed by the camera from behind. Interviews of local people follow the introduction of the Forestale Officer where we listen to their concerns, aspirations and feelings about life in the Valley.

The audience, in this way, receives information about how the people on the screen think and feel, in the sequence of editing chosen by the filmmaker, but we receive no information, no motivation, about a reason why the audience should care about what these people think and feel. Viewers are kept at their seats rather than be transported onto the screen. This failure is the direct result of the filmmaker's inaptitude and self-centered methodology, as well as the result of the absence of any competent cinematography. Mohammad seems to be confusing "artistic" minimalism with objectivity.

Mohammad does not bother to present any geography or general views of our area. As a filmmaker, he does not construct relationships between people or places. At the end of the film, the viewer still does not know what our mountains look like as a whole or where the people we just saw live and work in relation to the Valley because Mohammad does not convey, anywhere in the film, a sense of geography, natural or social. The film remains a testament of the thoughts of the people interviewed, and, other than their name and occupation, Mohammad does not establish any information about their place in the context of community. Indeed, the film that calls itself a "documentary" makes no references that would establish the dimensions of our community. The people interviewed hang in space without geographical, community or functional interaction.

The sequence of Paolo Mattioli working with the goats, and a sequence of Elisa Stefani making cheese were exceptional in that they were the only two instances in the film where the character on the screen awakened the interest of the audience in what was happening onscreen. If more people were interviewed while performing their daily tasks the film would, perhaps, be less of a burden to watch and would provide more information about the people through who they are --not only through what they say to the camera.

As the introduction was awkward and the main body of the film was an infinite "wait" for a point that would never arrive, so the end was bizarre. The final sequence of the film takes the Franz Kafka-Ingmar Bergman Award for inducing Clinical Depression. An ending that turns the preceding film on its head, surprising and disorienting the viewer with an unexpected editing sequence, which leaves emptiness in the soul. Mohammad seems to be unaware of the concept of "symbolism" in filmmaking. He evidently does not know that a long shot of a person staring into space, then a quick turn to look at the other side with a grin, followed by the static shot of an empty jacket on a chair, followed by a static shot of a half-open door moving in the wind, means "death".

The writer of this critique would suggest that politeness in our Italian culture is a little too polite. Sometimes, avoiding to hurt the feelings of the filmmaker simply prolongs the injustice he committed upon his subject matter. Mr. Mohammad should hear for himself all the opinions spoken widely after the preview of the film but never discussed with him in person. Perhaps Mr. Mohammad should pay more attention to the reasons for the criticism and less attention to trying to explain his arbitrary position, which generated the criticism in the first place. Perhaps it is time for the film's producer to step-in and for Mr. Mohammad to listen. After all, Mr. Mohammad was given an opportunity and those who gave him the opportunity should have the final word.

On the technical aspect of the production, the effort and good will of the filmmaker is evident but falls short of succeeding at a professional level. Two interviews are overexposed (wrong lighting -too bright). Another interview is such an extreme close-up it becomes uncomfortable to watch. The walking shots are too bumpy, as if the camera operator just learned how to hold the camera but is not used to it yet. Instead of using a professional rudimentary level of cinematography and lighting, Mohammad's cinematographer uses mostly natural light and relies on the camera's automatic exposure which changes the brightness in parts of the frame as the camera turns. The editing is unintuitive. It misses critical moments and aims to impress rather than to flow. The flow of the film is problematic and punctuated with different styles, which do not allow the viewer to settle in watching the film.

The problematic approach of the filmmaker is also evident in the regrettable choice of typeface and type size of the titles, and of the names and occupations of the people interviewed, which, in a small TV screen are too small to read quickly and clearly. It is film-school-material with no breath of experience or professionalism -or respect for the subject matter or the audience.

This film was an opportunity lost. An opportunity lost for our Valley. An opportunity lost for those who first dreamed of making a film about this Valley. It is doubtful that this personal opera by an aspiring filmmaker-artist will attract any positive, tangible public interest to our village and to our valley. It might simply attract interest or comments about the director, making the film a potential vehicle for Mr. Mohammad instead of a testament to the beauty of our Valley and the beauty of its people.



scritto da Dimitris Sivyllis
per sanbenedettoinalpe.com

traduzione dall'inglese di
Francesco Lemma

Pubblicato Sabato 30/11/2013, 01:15
 
written by Dimitris Sivyllis
for sanbenedettoinalpe.com

translated from English to Italian by
Francesco Lemma

Published Saturday 11/30/2013, 01:15


Una correzione riguardante i fatti: il nome della nostra valle è "Valle del Montone". Il titolo del film è "Voci dalla Val Montone". Valmontone è una località vicino Roma.

Vi invitiamo a condividere la vostra visione del film, se eravate lì a vederlo con noi, o a commentare circa questa critica, nella pagina "Dite la vostra" sul sito, alla quale potete accede da qui. I vostri commenti saranno pubblicati sotto questo articolo.

Qui sotto c'è il trailer del film così come appare su YouTube™. Due minuti e trentuno secondi di silenzio totale e facce silenziose, pubblicizzando, in silenzio, un film che riguarda voci...
  One factual correction: The name of our valley is "Valle del Montone". The title of the film is Voci dalla Val Montone. Valmontone is a locality near Rome.

We invite you to share your view of the film, if you were there to watch it with us, or to comment on this critique, at the "Dite la vostra" page, which you can access here. Your comments will be published under this article.

Below is the trailer of the film as it appears on YouTube. Two minutes thirty one seconds of total silence and silent faces advertising, in silence a film about voices...

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Fotogrammi del trailer










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Commenti

Lorenzo Segurini - San Benedetto in Alpe.
Martedì, 17 Dicembre 2013, 17:10


Il 23 novembre u.s., previo invito, ho assistito alla proiezione del film "Voci dalla Val Montone" prodotto dalla commissione TAM del CAI e diretto dal regista Sig. Massimo Aì Mohammad.

Il progetto inizialmente era stato presentato con obbiettivi lungimiranti, molto interessanti con la finalità di promuovere la Valle Del Montone, le Sue bellezze naturali e storiche, le persone e le loro attività ivi intraprese in merito alla produzione ed al commercio delle tipicità del territorio, all'enogastronomia ed alla ricettività turistica offerta.

Il film È il risultato finale di tale progetto.

Ma nel film non c'è nulla di tutto questo o meglio solo una parte relativa alla preziosa attività di qualche allevatore e dei loro squisiti formaggi.

In merito ad alcune interviste ed alcuni passaggi del film, lo spettatore percepisce messaggi di situazioni lavorative difficili, di tristezza, di solitudine, di dispersione e di abbandono.

Se il primo intento era quello di promuovere ed incentivare la Valle del Montone, dopo avere visto questo film mi chiedo chi avrebbe interesse a visitarla.

La Valle del Montone offre molto di più: bellezze storiche e le Citazioni di Dante Alighieri nella Divina Commedia, il Parco Nazionale, tante altre tipicità del territorio come la coltivazione di antiche cultivar da frutto, luoghi ed attività ove poter trovare alloggio e buon cibo, itinerari escursionistici ed altro ancora.

Personalmente non capisco quale È il filo conduttore tra il progetto del TAM del CAI e questo film.

Condivido come ultima nota l' attenta, oggettiva e raffinata analisi effettuata dal Sig. Dimitris Sivyllis.

Cordialmente.
Lorenzo Segurini




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Giampiero Semeraro - Rimini.
Martedì, 3 Dicembre 2013, 16:30


Ho partecipato alla presentazione dell’ anteprima del “ documentario” Voci dalla Val Montone” del regista Massimo Alì Mohammad e devo dire, almeno così di primo acchito senza aver avuto la possibilità di “rivisitarlo” di “digerirlo”, che il lavoro non mi ha entusiasmato. Mi ha fin da subito dato l’impressione che l’intento dell’autore e/o del committente non fosse quello di aver realizzato un documentario sulla Valle del Montone e sugli abitanti –uomini- , ma magari di utilizzare lo stesso lavoro, le riprese, i commenti, le figure per “ documentare prossime proiezioni cambiandone solo il titolo : “ Voci dell’Appennino” o un più generico “Voci nella Montagna”. (come si dice in Romagna : prendere due piccioni con una fava!).

Mano a mano che si andava avanti con le immagini , mi rendevo conto, se non avessi focalizzato punti panoramici precisi (pochi) e riconosciuto persone fisiche (frutto del mio “vagabondare” per questi luoghi), che questo filmato poteva essere registrato in una qualsiasi vallata montana dell’Appennino o di un qualsiasi altro luogo di montagna tanto sono generiche le riprese- un campo, un prato, una serie di colline, un bosco, animali al pascolo! Poco o nulla di caratteristico, di ben identificabile , di “unico” conduce, guida e riporta lo spettatore alla lettura e conoscenza di quel territorio. Non essendo io un fotografo né di professione né per hobby poco o nulla ho da ridire sulla qualità della fotografia ma molte riprese mi sembrano ripetitive, poco accattivanti , dispersive, poco o nulla incisive e soprattutto non rendono giustizia all’ ambiente e alla biodiversità del territorio (una qualche immagine di fauna selvatica… un qualche bella pianta… , non ci stava poi tanto male!!!).

Per non infierire poi sull’assenza , sulla non considerazione, sulla dimenticanza (voluta???) verso l’elemento che più attira l’attenzione “ mondiale ” sulla Valle del Montone:
Dante Alighieri 1306 : Inferno-Canto XVI-v.94-105 "Come quel fiume…"
Massimo Alì Mohammad 2013: non la considera nemmeno!!!

Per tutta la durata della proiezione mi sono detto: “…caspita! , vuoi che non ci sia un richiamo …? vuoi che non ci sia un’immagine…? vuoi che …nessuno abbia visto la Caduta!! Di fatto e di stile!!! Non un’immagine non un accenno.

Attenzione!!! E lo dico con una forte e convinta negazione verso un uso turistico, verso una “riminizzazione” del territorio. Non è che la Valle del Montone debba per forza essere riconducibile alla Cascata dell’Acquacheta ma, se vogliamo che questo territorio venga “frequentato” per quello che offre, a favore di chi vi abita, realizzando un minimo di aspettative di coloro che vi hanno impiantano attività economiche e lo sottolineo, che tutto questo avvenga attraverso una frequentazione responsabile…. (possiamo a lungo discutere sul significato di “frequentazione responsabile) è necessario, soprattutto quando si tratta di materiale documentaristico ( non necessariamente comunque pubblicitario) che gli elementi portanti del territorio vengano quantomeno tenuti in considerazione. Quale interesse, quale voglia di partire da lontano potrebbe portare la “Casalinga di Voghera “ a intraprendere un viaggio verso la Valle del Montone: San Benedetto, Portico, Eremo dei Toschi, Pian Baruccioli, … se dal documentario non riceve nessuna sollecitazione culturale se non quello di sapere che c’è gente che è tornata o continua a vivere in montagna?

Al di là delle motivazioni che hanno spinto o spingono persone diverse in cultura, memoria, tradizione, attività economiche volontà e altro a rimanere o a “vivere” nella Valle il ritratto che traspare nel lavoro di ripresa e nel sonoro è quello di persone o che occupano un determinato posto per intime scelte personali, alla ricerca del proprio “io”, o che vi rimangono pur di non abbandonare il “loro” luogo, oppure che vanno via, si trasferiscono, provano, tentano una “vita diversa” ma poi ritornano e non potendosi accontentare di quello che hanno si “inventano” un qualcosa di nuovo, cambiano il “mestiere” pur di non abbandonare il territorio che li ha visti nascere o dove hanno deciso di stabilirsi. E questo mi sembra un elemento positivo nell’ottica generale della documentazione. Ma si fa fatica, o almeno io ho fatto fatica, a capire se, da quello che traspare dai dialoghi degli intervistati, (perché tutto sommato parlano dietro sollecitazioni di un qualcuno che pone loro domande così ha spiegato lo stesso regista- e quindi potrebbe essere un dialogo pilotato-) sono loro a voler rimanere isolati e la presenza di altri dà fastidio o se al contrario è il documentarista che non ha voluto far trapelare la volontà anche malcelata dei residenti di creare una “unità di valle” necessaria per far rivivere tutto il territorio. Non mi sembra che dal filmato, nelle sue diverse componenti (dialoghi e immagini) emergano dagli intervistati esigenze particolari, necessità o che vengano esternati desideri, aspettative, o alla peggio sottolineate critiche sulla “gestione politica” del luogo mi pare di capire che tutto sommato questo isolamento- anche se voluto e ricercato non crei grossi problemi e che tutto sommato “ .. e alla fine vissero tutti felici e contenti!...

Mi chiedo: perché, l’operatore e/o il regista invece di soffermarsi sul forestale che dice “… sono qui , mi piace il posto e sto bene…”, oppure sulla persona che ha “finalmente trovato” in Pian Baruccioli la propria residenza fisica e il proprio benessere interiore, o sulla coppia che ha fatto una scelta di vita importante che chissà se riusciranno, (personalmente glielo auguro di tutto cuore), a mantenere una volta diventato il figlio in età scolare- non mi sembra che la scuola intesa come edificio e insegnanti sia poi così facilmente raggiungibile-, sul taglialegna, sul …. Insomma perché non chiedere ai residenti come vivono il rapporto- con gli altri e soprattutto con le Istituzioni ? Perché non mettere in luce come queste persone vivono la presenza dell’Ente Parco?

Perché non chiedere all’allevatore, al titolare di un agriturismo, al micro produttore di formaggio, di miele, di marmellate quali vantaggi, o svantaggi ha nello “stare” e nell’operare , nel vivere quotidianamente in un’area protetta ? Le loro risposte, le riflessioni, le deduzioni, le critiche potrebbero essere di stimolo nel rioccupare aree abbandonate , potrebbero suggerire modelli nuovi di gestione per eventuali future aree protette in territorio montano, così come potrebbero annullare aspettative di chi magari senza una forte motivazione pensa di trasferirsi a vivere in montagna solo perché crede che in montagna ci sia l’aria buona e solo per questo motivo si vive meglio.

Non dico di realizzare un altro documentario sul Parco ma a mio parere ci si sarebbe dovuti soffermare di più , rendere pubbliche, far conoscere, mostrare , sulle esigenze, sulle aspettative, sulle necessità, che, è inutile nascondersi, sono comuni a tutti coloro che hanno scelto di vivere in Montagna.

E poi attenzione: quando si fotografano o si registrano momenti di una qualsiasi attività lavorativa il cui risultano produttivo non è strettamente per uso personale ma “…faccio il formaggio: quello che mi serve lo consumo in famiglia, il resto lo vendo…” bisogna prestare massima attenzione a quello che si rende pubblico. Per mia esperienza personale alcuni agriturismi e/o fattorie didattiche, hanno avuto visite poco gradite, A.S.L., G. di F., Polizia locale e altri Organi Istituzionali a seguito di semplici fotografie fatte da ignari bambini o insegnanti che hanno documentano e fatto vedere una manipolazione non proprio consona alle normative in maniere in materia di igiene alimentare. E questo è e sarebbe un guaio!!!.

Concludo con un suggerimento, la lettura di un libro “La Montagna”- Mauro Corona Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2003.


Ps: Tutto quanto scritto avrei voluto esternarlo oralmente al termine della proiezione, ma impegni precedentemente assunti ma hanno impedito di rimanere presente al dibattito e alla proiezione serale.


Giampiero Semeraro- Rimini.




"Voci dalla Val Montone"
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