© 2017 sanbenedettoinalpe.com.               Questo sito è pubblicato da un cittadino come servizio per la collettività.
Dove Siamo: cliccate qui

Nel 2005 al Comune di
Portico e San Benedetto
è stata attribuita dal
Touring Club d' Italia
la Bandiera Arancione,
marchio di qualità
turistico - ambientale.



Cascata dell'Acquacheta


Sulla strada statale 67

Firenze
Forli
Bologna
Ancona
Milano
Roma
63 km
45 km
120 km
212 km
320 km
340 km
1 ora 45'
50'
1 ora 50'
2 ore 30'
3 ore 45'
4 ore 10'

Dove Siamo: clicca qui




Patrimonio
Ricordo di Francesco Ragazzini nel centenario della nascita

L’articolo che segue è stato pubblicato su “Annali Romagna 2014”, supplemento al numero 75 di Libro Aperto,
rivista di cultura diretta da Antonio Patuelli edita a Ravenna.







FRANCESCO RAGAZZINI, PEDIATRA

di Massimo Ragazzini



L’11 dicembre 1914 nasceva a Rocca San Casciano Francesco Ragazzini, pediatra, docente universitario e direttore per molti anni dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Nel centenario della nascita pubblichiamo un’intervista al professor Alberto Vierucci – suo allievo e poi suo successore sulla cattedra di Clinica Pediatrica dell’Università di Firenze – curata da Massimo Ragazzini (figlio di un cugino dell’illustre rocchigiano), che a questo scopo si è avvalso della collaborazione dei figli. L’intervista vera e propria, ovviamente centrata sulla dimensione professionale, è preceduta da un’introduzione relativa all’infanzia e alla giovinezza.


Quella di Francesco Ragazzini era una famiglia della borghesia agraria e professionale romagnola che risiedeva da molte generazioni a San Benedetto in Alpe. Forse anche dall’influenza di uno dei fratelli del padre, Antonio, medico condotto del paese e per questo detto “lo zio dottore”, poté avere origine il suo interesse per la medicina. Sicuramente da piccolo lo aveva colpito un episodio raccontatogli dallo zio, chiamato un giorno d’urgenza perché all’osteria del paese un uomo era stato accoltellato all’addome durante una rissa. Ai primi anni del novecento ci voleva molto tempo per raggiungere gli ospedali e il ferito perdeva molto sangue: così il dottor Ragazzini lo operò sul posto sopra un tavolo e, per suturare l’intestino tranciato dalla coltellata, ebbe l’idea di utilizzare una patata (che l’organismo avrebbe poi assimilato), un po’ come si usava l’uovo di legno per rammendare i calzini.

Il padre Enrico aveva sposato Merope Magnani di Ronta del Mugello. La professione di notaio lo aveva portato a risiedere a Rocca San Casciano, allora capoluogo della Romagna toscana, poi inclusa nella provincia di Forlì con un provvedimento dei primi anni del fascismo. A Rocca Francesco Ragazzini visse gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza, ma durante le vacanze estive tornava con i due fratelli e la sorella a San Benedetto. Vacanze memorabili di un ragazzo vivace, spiritoso e pieno di iniziativa, fitte di gite, bagni nel fiume, partite di calcio e perfino di tennis su un campo alla buona lungo il torrente Acquacheta, tutte cose che rievocava sempre con piacere e divertimento.

A partire dalla quinta elementare, insieme ai fratelli maggiori Pino e Augusto, fu mandato a studiare a Firenze nel Collegio alla Querce dei padri Barnabiti. Prima temporaneamente, e poi stabilmente nel dopoguerra, anche il resto della famiglia si trasferì a Firenze. Durante gli studi universitari conobbe Maria Luisa Pollera Orsucci, di famiglia lucchese, con la quale si sposò solo nel settembre del 1947, a causa della lunga permanenza sotto le armi (cinque anni e mezzo dal ‘39 al ‘45). Dunque l’intreccio tra Toscana e Romagna nella sua formazione umana e culturale non poteva essere più stretto e significativo. E naturalmente quando poteva tornava sempre volentieri a San Benedetto, di cui il cugino Piero fu sindaco negli anni ’50(1).

Alla guerra partecipò come ufficiale medico in un reparto di artiglieria. Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, che lo trovò in Corsica, aderì al riorganizzato esercito italiano, il cosiddetto esercito del sud. Dai suoi racconti e dalle testimonianze di chi fu con lui in Grecia o in Sardegna e in Corsica, viene fuori il ritratto di una persona aperta, cordiale e positiva, sempre disponibile con i soldati e i colleghi ufficiali, che lavorava con scrupolo, impegno e competenza. E che dimostrò anche coraggio, come quando comandò una squadra incaricata di ritrovare un soldato impazzito, che si era allontanato armato dal campo.

Dopo la lunga esperienza sotto le armi, che comunque considerava professionalmente, oltre che umanamente, molto formativa, Francesco Ragazzini, che si era laureato nel 1939, si orientò verso la pediatria e in questo ramo della medicina conseguì nel 1945 la specializzazione. Continuò poi a frequentare la Clinica pediatrica, che per i fiorentini era ed è semplicemente “il Meyer”, prima come assistente volontario, per arrivare nel ’59 alla qualifica di “Aiuto” del suo maestro Cesare Cocchi. Nel 1962 fu chiamato a ricoprire la cattedra di Clinica Pediatrica nell’Università di Ferrara e due anni dopo in quella di Siena, dove rimase fino al 1969, quando tornò a Firenze per assumere il ruolo che era stato del suo maestro. Diresse la Clinica pediatrica fino al 1985 e fino al 1990 la scuola di specializzazione in Pediatria. Morì il 10 aprile del 2000 e fu sepolto nella cappella di famiglia di San Benedetto in Alpe.

* * *

Professor Vierucci, qual era la situazione della medicina, e della pediatria in particolare, negli anni in cui inizia la vita professionale di Francesco Ragazzini?


Era molto diversa da quella odierna. I medici che cominciavano a lavorare nel secondo dopoguerra erano destinati a vivere decenni di sbalorditivi progressi nella conoscenza delle malattie e nella possibilità di curarle. A quei tempi era molto diffusa la poliomielite, con gravi conseguenze per chi ne veniva colpito. Molti bambini andavano incontro alla paralisi anche respiratoria e venivano messi nel polmone d’acciaio. Poi verso la fine degli anni ‘50 si cominciarono a fare le vaccinazioni, di cui Ragazzini fu convinto sostenitore, prima col vaccino preparato dal microbiologo statunitense Salk, adottato in buona parte del mondo nel 1957, poi, nei primi anni ’60, con quello orale di Sabin, che segnò la pressoché definitiva scomparsa della malattia. In precedenza si avevano in Italia dai 5000 agli 8000 casi all’anno su sei-settecentomila bambini nati. Quanto alla tubercolosi, basti pensare che allora nei dintorni di Firenze c’erano ben cinque sanatori. Come si sa, l’agente patogeno, il bacillo di Koch, colpisce prevalentemente i polmoni, ma sono possibili altre localizzazioni: reni, ossa, linfonodi, meningi. E appunto per una nuova terapia della meningite tubercolare, una patologia a cui si avevano in passato scarsissime possibilità di sopravvivere, il Meyer diventò famoso nel dopoguerra. Con la diffusione degli antibiotici, e in particolare della streptomicina, la mortalità da tubercolosi era rapidamente diminuita. Ma la localizzazione nelle meningi era più difficilmente raggiungibile per via generale dal nuovo farmaco (arrivato dagli Usa nel 1946), e questo comportava dosaggi molto elevati, che risultavano tossici e spesso non risolutivi. Grazie a una felice intuizione del professor Cocchi, si cominciò a iniettare la streptomicina a piccole dosi direttamente nel liquido spinale; prima nella zona lombare, poi in quella sottoccipitale per arrivare meglio al cervello. Si metteva così il farmaco più direttamente a contatto con le zone colpite dalla malattia. Ci voleva però molta attenzione per non danneggiare il cervelletto. Francesco Ragazzini fu uno dei primi fautori di questa nuova tecnica e, insieme a molti colleghi e al personale infermieristico, fu impegnato in prima fila nella sua applicazione a centinaia di malati – anche adulti – che da tutta l’Italia arrivavano al Meyer. I risultati furono straordinari, tanto che nel biennio 1946/47 la mortalità si dimezzò e negli anni successivi le guarigioni arrivarono all’80-90%. Nella comunità scientifica internazionale la risonanza di questa nuova terapia fu grandissima.

Quali sono stati a suo parere i più significativi contributi del professor Ragazzini nell’ambito clinico e in quello scientifico?


Si occupò molto di malattie infettive, specialità in cui conseguì nel ’59 la libera docenza, e fu il primo a sostenere e a dimostrare l’utilità del cortisone in associazione con gli antibiotici nei casi in cui fosse presente un’infiammazione importante, come succedeva nella stessa tubercolosi infantile. A quei tempi questo era considerato controindicato, in quanto il cortisone tende ad abbassare le difese, tanto che nelle istruzioni dei farmaci cortisonici c’era appunto scritto “da non somministrare in caso di malattie infettive”. Per questo la sua proposta, che andava contro le convinzioni del tempo, fu veramente rivoluzionaria.
Nelle sue 189 pubblicazioni, approfondì i problemi dei bambini prematuri e dedicò diversi lavori a importanti affezioni, quali la fibrosi cistica del pancreas, la mucoviscidosi, la leishmaniosi viscerale, la celiachia e contribuì inoltre alla migliore conoscenza della malattia reumatica. Per molti anni, inoltre, ha curato la “Rivista di Clinica Pediatrica”, fondata da Cesare Cocchi, che ha costituito un importante punto di riferimento per quella che, come lui amava dire, più che una specializzazione, sarebbe più appropriato definire come “medicina dell’età evolutiva”.

Una parte fondamentale della sua attività professionale è stata quella di docente di clinica pediatrica. Com’erano le sue lezioni?


Come insegnante era molto chiaro, non abusava di tecnicismi, spesso integrava l’esposizione con le diapositive: fotografie che facessero vedere i sintomi delle malattie, semplici schemi, tabelle. In passato si potevano portare in aula dei bambini ricoverati come casi da discutere per rendere più interessante la lezione (ora non si fa più per via della privacy). Aveva insomma il merito di tenere sempre insieme la conoscenza teorica e l’esperienza concreta. Partecipò a molti congressi nazionali e internazionali e non pochi furono organizzati dalla Clinica Pediatrica fiorentina.

Ma oltre alla sua statura di clinico, di ricercatore e di docente, come direttore della Clinica pediatrica fiorentina (come in precedenza nei periodi ferrarese e senese) vanno anche messe in rilievo le sue doti di innovatore nell’organizzazione assistenziale e scientifica dell’ospedale Meyer. Ebbe infatti il grande merito di far nascere – accanto alla chirurgia pediatrica e alle malattie infettive che già esistevano – nuove specialità pediatriche e i servizi relativi, tra cui la neurologia pediatrica, la banca del latte materno, il centro per la fibrosi cistica, la bronco-pneumologia.

Oltre a questo si dette molto da fare anche per migliorare la situazione complessiva dell’ospedale dal punto di vista dell’assistenza ai bambini, sempre fedele al motto di Giovenale caro al suo maestro: “Maxima debetur puero reverentia”. E come Meyer negli anni ’80 riuscimmo a far accettare dalla Regione Toscana il fatto che accanto al bambino ci dovevano restare i genitori. Essendo io stato due anni negli Stati Uniti, quando tornai in Italia riferii che questo vi accadeva regolarmente per due motivi fondamentali: i bambini ne hanno bisogno dal punto di vista psicologico e per di più guariscono prima. Si insistette molto per convincere la Regione e fummo tra i primi in Italia a lasciare che le mamme stessero vicino ai figli. Anche questa è stata una conquista importante, che Ragazzini sostenne con grande convinzione, consapevole del particolare rilievo che l’elemento relazionale riveste in pediatria: la rassicurazione che la presenza della mamma fornisce al bambino ricoverato; il sostegno che un medico sensibile e attento può dare ai genitori; e quanto tutto questo, oltre che essere doveroso, concorra spesso in modo significativo al decorso positivo della malattia.

Che ricordo ha di lui come persona?


Trattava tutti con una cortesia piena di cordialità e di calore, tanto da non dare mai la sensazione della formalità. Il suo senso dell’umorismo, il piacere della battuta scherzosa lo rendevano molto simpatico ai piccoli pazienti, che facilmente gli davano fiducia e si lasciavano visitare senza problemi. A volte cominciava la visita giocando o scherzando con loro.

Quando ci trasferimmo con lui, io e alcuni colleghi, da Firenze a Ferrara, cioè nella sede della sua prima cattedra, ricordo che la segretaria della Clinica pediatrica, abituata a tutt’altro stile relazionale, fu sorpresa ed entusiasta di come visitava il professor Ragazzini, per la pazienza e la giovialità con cui trattava i piccoli ricoverati. Per i bambini in effetti aveva un interesse autentico e profondo. Aveva seguito per molti anni, anche come caporeparto, molti immaturi e prematuri e si compiaceva di vederli crescere, quando via via li incontrava per valutare eventuali conseguenze della nascita prima del tempo.

Grande stima, affetto e riconoscenza gli hanno sempre testimoniato i suoi ex-pazienti e i loro familiari, che si trattasse dei bambini ricoverati o di quelli che venivano portati al suo studio; e che furono molti per via della sua pluridecennale attività, anche se quella privata è sempre stata chiaramente subordinata al suo impegno verso il Meyer, a cui mai avrebbe fatto mancare un’ora di tempo che ritenesse doverosa. Veniva molto apprezzata la capacità di farsi sentire vicino anche ai genitori, fondamentale per un medico e in modo particolare per un pediatra. Riusciva a essere tranquillizzante senza banalizzare i problemi e si capiva che ci si poteva affidare a lui senza riserve, perché la sua indubbia autorevolezza non era quella di chi sta dall’altra parte del tavolo. Come ha detto una volta ricordandolo una mamma, “era come se qualcuno ti pigliasse in collo come un padre”. Il suo onorario rimase molto moderato anche da cattedratico, tanto da suscitare un po’ di malumore in qualche collega. Le visite gratuite, poi, erano all’ordine del giorno e probabilmente lo furono tutte quelle che gli capitava di fare durante i suoi brevi soggiorni a San Benedetto, per il rapporto speciale che lo legava al paese.

Era di esempio per la sua correttezza nel lavoro e nel rapporto con i colleghi. Mai una volta che abbia chiesto a qualcuno di fare qualcosa al posto suo, come pure a volte capitava nell’ambiente ospedaliero. C’era infatti chi a volte cercava di farsi sostituire nelle guardie notturne da colleghi più giovani: lui non l’ha mai fatto. Quanto all’orario, come disse agli allievi di una classe delle medie a cui andò a parlare della pediatria, “se in ospedale a mezzogiorno o a mezzogiorno e mezzo arriva un bambino grave, si ha il dovere preciso di saltare il pranzo e arrivare alla sera. Io ricordo di aver fatto nottate intere ad assistere un bambino. Questo non vorrei che lo giudicaste come un atto di orgoglio, perché lo facevamo tutti. Ora è diventato tutto più standardizzato, direi anche troppo schematizzato come orario; e questo è anche un bene, intendiamoci. Allora c’erano forse degli abusi, magari c’erano dei medici che lavoravano molto e altri che lavoravano troppo poco. Ora c’è più regola. Però, come vi ripeto e vi sottolineo ancora, sul piano non soltanto professionale, ma anche umano, l’orario va sempre fatto in più, mai in meno” (2).

Come direttore della Clinica pediatrica si comportava con grande equilibrio e capacità di stemperare le occasionali tensioni interne all’istituto. A questo lo portava anche la sua indole ottimista e fiduciosa, che tendeva all’apertura di credito, fino a prova contraria, nei confronti del prossimo e anche a molta generosità nel giudicare gli altri. Ha detto un suo carissimo amico: “In tanti anni, non l’ho mai sentito parlare male di qualcuno”.

Un altro aspetto della sua serietà erano il disinteresse personale e la modestia. Era una persona di grande onestà. Non voleva neppure dare l’impressione di approfittare della sua posizione; certo non l’avrebbero mai potuto incriminare per abuso di potere o peculato…

Questo insieme di affabilità, serietà e disponibilità faceva sì che i suoi rapporti con i colleghi e con il personale ospedaliero fossero molto sereni; e anche per questo è sempre stato ricordato da tutti con grande affetto.

Mi piace concludere questo ricordo aggiungendo, a quanto detto dal professor Vierucci sulla sensibilità e il calore umano di Francesco Ragazzini, che un ultimo esempio di affettuosa e insieme sorridente delicatezza si trova nelle sue disposizioni testamentarie, laddove, dopo le parole “ai miei figli Andrea e Giorgio”, volle subito puntualizzare: “in ordine alfabetico!”

 

 

 

(1) Il comune è quello di Portico e San Benedetto.

(2) Francesco Ragazzini, La pediatria spiegata ai ragazzi, Edizione privata, 2003.





web traffic analysis